mercoledì 27 maggio 2009

Petrolio



"Di cosa parla Petrolio? Dell’Eni. Non soltanto di quello, parla di tante cose, ma parla dell’Eni, della morte di Mattei, del suo successore Eugenio Cefis, della strategia della tensione, della politica italiana fino alla metà degli anni Settanta. Cambia i nomi, Enrico Mattei diventa Ernesto Bonocore ed Eugenio Cefis diventa Aldo Troya, ma i personaggi sono volutamente riconoscibili. Uno dei paragrafi, «Lampi sull’Eni», è certamente tra i più scottanti. Pasolini stesso dice di averlo scritto e ad esso rimanda il lettore. Ma tra le carte dello scrittore non è mai stato trovato".
Gianni Borgna e Carlo Lucarelli

domenica 24 maggio 2009

Un po' d'aria

Visto che blogger si è deciso a farmi passare -dopo giorni di inutili tentativi- pòsto qui una nota trovata in rete che non voglio smarrire. Parole che fanno bene.

LA DESTRA ANARCHICA
E' la mia gamba. Mentre la sinistra fa il suo dovere di gamba, cioè cammina e mi sostiene, la destra sembra assonnata e annoiata: frigola e gracchia come un contatto elettrico scoperto. Non so fin dove vuole arrivare, ma la lascio fare. Ormai è il mio corpo ad essere, mentre la mia mente pensa e basta. Un pensiero strano, però vero e sincero. Credevo fin da piccolo che pensare volesse dire essere o diventare: invece non vuol dire altro che constatare, rendersi conto, prendere atto. Io sono il mio corpo e la mia mente, ed hanno libertà di azione entrambi, a volte in contrasto fra loro. Insomma: io sono democratico. Lascio che a decidere sia una delle due parti, a turno così non si rischiano conflitti di interessi (e poi di televisioni io ne ho una sola, in soggiorno). Io permetto alle due parti di me, camera (da letto) e senato (poichè non sono ancora semorto), di governare in totale e assoluta libertà. A volte comanda la mente, ed allora l'ansia diventa il partito trasversale che accomuna nell'apatia corpo e testa; a volte comanda il corpo, e trascorro ore sdraiato cercando di riposare le membra affaticate. Un governo personale ed efficiente, nonostante le difficoltà che affronta e costringe ad affrontare, insomma. Sono il modello di civiltà democratica occidentale che il nostro paese non ha mai conosciuto: infatti, in me non è mai caduto nessun governo (al massimo sono caduto io per terra quando le gambe tentano un azione di ostruzionismo) e non ci sono state sommosse o atti incostituzionali. Ma anch'io, come lo stato, ho in corpo un elemento estraneo e pericoloso: la mia malattia. Non si chiama Mafia, ma Sclerosi Multipla. Anch'essa vuole il pizzo, il rispetto e l'omertà. Ho infranto il silenzio da quando l'ho scoperta attiva in me: non l'ho mai nascosta a nessuno, raccontandola in teatro addirittura, e ridendoci su. Questo atteggiamento ha fatto sì che corpo, mente e malattia vivano insieme: politicamente è una rivoluzione non da poco, anche se non è sempre facile abitare questa mia vita. Ci sono attacchi terroristici da parte della depressione, G8 in cui l'ansia mette a soqquadro la situazione, riunioni di gabinetto durante le quali devo combattere contro la S.T.I.P.S.I. (cellula eversiva molto tenace) e giorni di quiete e pace in cui vengono ricordati e celebrati i caduti (i denti distrutti dal cortisone, lo stomaco aggredito da farmaci e l'umore ormai fiaccato dalla situazione pesante). Ma, nonostante tutto, la mia vita continua e, per quanto non possa dirmi felice, mi sono adeguato. Quando mi trovo su di un palcoscenico, e presto tornerò, cerco di non raccontare solo i problemi ma di inventare storie in cui tutto è piacevole e sereno: mento sapendo di farlo, come un capo di stato accorto e astuto. Un giorno scoppierà una rivolta in me, ne sono certo perchè capita a tutti prima o poi. Non faccio pronostici e non voglio sapere in anticipo chi vincerà e prenderà il governo. Ho imparato a lottare e a non farmi schiacciare dalle contingenze. Non sono felice, ma sono un uomo più forte di prima.
Antonello Panero

martedì 19 maggio 2009

Il vecchio che leggeva romanzi d'amore



L'ho finito lo stesso giorno in cui nello Sri Lanka veniva ucciso il capo delle Tigri Tamil.
Chissà se piacerebbe a Sepúlveda.

martedì 12 maggio 2009

Come eravamo



“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perchè tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perchè poco attraenti e selvatici ma perchè si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.”

“Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”.

(Dalla relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912)

Come dicono le statistiche (praticamente)?

“Su questi barconi, come dicono le statistiche, di persone che hanno diritto d’asilo non ce ne è praticamente nessuna”.
(Berlusconi d'Egitto)

lunedì 11 maggio 2009

W L'ITALIA

sabato 9 maggio 2009

Licia e Gemma


Stamattina, al Quirinale, Licia Rognini-vedova di Pino Pinelli- e Gemma Capra -vedova di Luigi Calabresi- si sono incontrate per la prima volta, a quarant'anni dalla strage di Piazza Fontana.
Ho visto il video e le foto. Grande commozione di Giorgio Napolitano, grande dignità delle due vedove. Per un attimo, scorrendo le immagini, ho visto concretizzarsi una mia vecchia idea: due famiglie così diverse, così lontane e così "perbene". Accomunate entrambe da una tragedia che, per il nostro Paese, ha rappresentato un vero e proprio spartiacque: prima e dopo Piazza Fontana.
L'Italia non fu più la stessa, da quel giorno. Di più. Se dovessi trovare un segno, una figura che rappresenti simbolicamente, ed universalmente, la "perdita dell'innocenza", non avrei dubbi: Piazza Fontana, Banca Nazionale dell'agricoltura, 12 dicembre 1969.

Avevo vent'anni e da allora, ogni anno, il giorno dell'anniversario, sono sempre tornata "laggiù".

mercoledì 6 maggio 2009

Nemo propheta in Patria

"E' mai possibile
o porco di un cane
che le avventure in codesto reame
debban risolversi tutte con grandi puttane"

lunedì 4 maggio 2009

Babbi e Vocali

E dire che il mio si fa chiamare Popi.

sabato 2 maggio 2009

Ipse dixit

Il premier torna a citare i sondaggi e rivendica la sua popolarità: «Sono al 75,1%, è un primato. Obama è al 59, solo Lula è sopra il 60».

Naturale. Uno che scopre la Resistenza a 73 anni non può certo ricordare la popolarità di Ceausescu, Honecker, Hoxha e Kim Il Sung (giusto per citare solo alcuni tra gli stranieri, nonché, come dice la parola stessa, rigorosamente morti).

venerdì 1 maggio 2009

Veronica

Gentile Silvio B.,
le dirò alcune cose sincere, da uomo a uomo. Noi uomini non siamo abituati a dirle, e tanto meno ad ascoltarle. Vale per quasi tutti noi, non solo per i bugiardi più spericolati come lei. Noi (con qualche rarissima eccezione: ci sono anche uomini davvero nobili d'animo, ma non ci riguarda) sappiamo bene di che porcherie si tratti, sia che le pratichiamo, come lei ostenta di fare, sia che ci rinunciamo, perché abbiamo imparato a vergognarcene, o semplicemente perché non abbiamo il fisico. Lo sa lei, lo so io. Mi hanno raccomandato di non perdermi i giornali a lei vicini: non li ho persi.

Ho scorso gli editoriali, ho guardato le fotografie. Sa che cosa ho pensato? No, non che mi trovavo di fronte a qualche colonna infame, questo era ovvio, l'ha pensato chiunque. Ho guardato le fotografie - una giovane donna, un'attrice, che si scopre il seno - e mi sono chiesto come sia stato possibile che una giovane donna così bella dedicasse la propria vita a uno come lei. E' successo anche a me, mi interrogo anch'io: come sia possibile che giovani donne così belle e intelligenti dedichino la propria vita a uomini come noi. Naturalmente, un po' lo sappiamo come succede. Che carte abbiamo in mano, per barare. Siamo volgari abbastanza per riconoscere la reciproca volgarità. Semplicemente, ci teniamo a bada un po' di più di quanto faccia lei.

Dicono tutti che gli italiani la invidiino. Sinceramente, nemmeno a questo credo. La guardo, dalla testa ai piedi, e non ci credo. Gli italiani hanno, come tanti maschi del mondo, un problema con la caduta dei capelli. Ma sanno bene che la sua non è la soluzione. Lei stesso lo sa, e non deve farsi troppe illusioni. Il cosiddetto populismo è traditore. Uno crede di aver sostituito ai cittadini un popolo, al popolo un pubblico, al pubblico una plebe: ed ecco, proprio mentre passa sotto l'arco di trionfo del suo impero di cartapesta e lancia gettoni d'oro, parte un solo fischio, e la plebe d'un tratto si rivolta e lo precipita nel fango.

L'Italia è il paese di Maramaldo, e io non voglio maramaldeggiare su lei: benché sia ora di rovesciare le parti di quel vecchio scurrile episodio, e avvertire, dal suolo su cui si giace, al prepotente che gl'incombe sopra che è un uomo morto. Noi c'intendiamo: abbiamo gli stessi trucchi, dimissionari o no, pentiti o no. Siamo capaci di molto. Di esibire le nostre liste alle europee, e vantarcene: "Dove sono le famigerate veline?" dopo aver fatto fare le ore piccole ai nostri esasperati luogotenenti a depennare capigliature bionde. Di dire: "La signora" (non so se lei ci metterebbe la maiuscola: fino a questa introspezione non arrivo), sapendo che la signora di noi sa tutto, e anche delle liste elettorali prima della purga. Magari la signora la lascerà, finalmente, e lei le scioglierà addosso la muta dei suoi cani. Diventerà la loro preda prediletta.

Ma nel Parlamento Europeo (le maiuscole ce le metto io: un tocco di solennità non fa male) ci si ricorderà di Veronica. Capaci perfino di chiamare "maleodoranti e malvestite" le deputate dell'altro schieramento: ci ho pensato, e le dirò che almeno a questo non credo che avrei saputo spingermi. In fondo lei è fortunato: le circostanze le permetteranno fino alla fine di restare soprattutto un poveruomo desideroso di essere vezzeggiato e invidiato e lusingato da ammiccamenti e colpi di gomito dei suoi sudditi, a Palazzo Chigi o sul prossimo colle, mentre padri di famiglia minacciano di darsi fuoco perché la loro bellissima bambina non è stata candidata, e vanno via contenti con la sua camicia di ricambio.

In altre circostanze avrebbero potuto succederle cose terribili. Nel giro d'anni in cui lei e io nascevamo morirono chiusi in due distanti manicomii, perfettamente sani di mente, la signora Ida Dalser e suo figlio Benitino, che facevano ombra al capo del governo. Allora lo Stato era più efficiente di oggi, e misero mano a quella soluzione medici, infermieri, direttori di ospedali, questori, prefetti, commissari di polizia, segretari di fiducia. Altro che lo scherzo delle belle ragazze nelle liste elettorali. Dipende tutto dall'anagrafe. Per ora molti italiani (e anche parecchie italiane: le è riuscito il gioco di far passare la cosa come una rivalità fra giovani e belle e attempate e risentite) ricantano ancora il vecchio ritornello: "Tra moglie e marito...". Di tutti i vizi nostri, quello è il peggiore.

E' la incrollabile Protezione civile dei panni sporchi da tenere sporchi in famiglia, delle botte e delle violenze a mogli e bambini, delle malefatte di padri spirituali al segreto del confessionale, fino a esploderci nelle mani quando il delitto d'onore appena cancellato dal nostro codice si ripresenta nelle figlia ammazzata in nome di qualche sharia. Non mettere il dito: no, a condizione che non si sentano pianti troppo forti uscire dalle pareti domestiche. O, anche quando la casa è così ricca e i muri così spessi, non sia la moglie a far sapere che cosa pensa. Che né il denaro né il soffio della Storia (Dio ci perdoni) le basta a tacere il suo disgusto. Invidiarla, gentile presidente? Mah. Ammetterò che, reietto come sono, una tentazione l'ho avuta. Non mi dispiacerebbe avere un ruolo importante nell'Italia pubblica di oggi, per le nuove opportunità che si offrono a chi sappia pensare in grande. E' da quando ero bambino che desidero fare cavallo uno dei miei senatori.
ADRIANO SOFRI
(La Repubblica, 1 maggio 2009)